Il campo di concentramento di Dachau. Per non dimenticare.

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Davanti all’ingresso del campo di concentramento di Dachau il silenzio è assordante. Il cancelletto in ferro che si apre e si chiude al passaggio dei visitatori riporta la scritta “Arbeit macht frei”, che se allora poteva regalare qualche illusione, oggi porta solo rabbia.

Ci sono tante persone ma tutte bisbigliano, camminano vicine e cercano di capire. Anche io cerco di capire perché sia esistito quel posto.

Perché i pannelli esplicativi della mostra permanente allestita all’interno dell’edificio di manutenzione raccontano che le SS infliggevano punizioni e torture senza nessun motivo. Perché ogni essere umano lì dentro veniva privato di tutto, delle sue cose, delle sue libertà, della sua umanità. Perché i detenuti erano costretti a fare lavori pesanti inutilmente solo per il gusto di vederli cadere esanimi a terra, perché non venivano nutriti adeguatamente e perché, alla fine, si facevano sparare volontariamente per porre fine a quello che stavano passando?
Perché sono esistite persone del genere? Come è possibile che ci siano stati esseri così spregevoli da permettere tutto questo?

Ecco cos’è stato Dachau.

Cammino nel bunker dove si trovano tutte le stanze per le visite all’arrivo, per gli interrogatori e le celle di isolamento per coloro che venivano ritenuti “disobbedienti” e avevano comportamenti non accettabili. Un posto lugubre e gelido per me che ho la giacca, figuriamoci per loro che avevano addosso due stracci. E forse nemmeno quelli. Il freddo mi entra nella ossa, la voglia di uscire è troppa.

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All’arrivo, i deportati venivano catalogati in base al motivo per cui erano arrivati a Dachau: c’erano ebrei, ma non solo. C’erano Testimoni di Geova, Italiani considerati traditori dopo che l’Italia aveva cambiato direzione in guerra, c’erano gli emigranti che volevano scappare dalla Germania e che venivano riacciuffati, c’erano i criminali, c’erano gli oppositori politici, c’erano i disabili. E ad ognuno di loro veniva attaccato alla maglia un triangolo di colore diverso in base alla “categoria” a cui apparteneva.

E’ apparso un timido sole quando abbiamo attraversato la grande zona ghiaiosa tra l’edificio di manutenzione e le baracche che costituivano gli alloggi dei prigionieri.

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Ne sono state ricostruite due che si affacciano sul grande cortile e dietro di esse ci sono due file di basamenti di cemento coperti di grossi sassi che stanno ad indicare il perimetro delle altre baracche, oggi scomparse. All’interno di questi alloggi, sono stati ricostruiti i letti, i bagni comuni, gli spazi dove vivevano. Tra le due file si apre un viale di cipressi che termina dopo un centinaio di metri con 3 memoriali, uno dedicato agli ebrei, uno ai cattolici e uno agli evangelisti.
Ai lati del campo ci sono delle torrette di controllo da cui le SS sparavano a coloro che oltrepassavano la linea e tutt’intorno metri e metri di filo spinato.

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Mi guardo intorno e capisco che non avevano scampo, che erano in gabbia. Cammino su quei sassi e penso che quello stesso suolo era stato calpestato dai piedi nudi di quelle 43.000 persone che sono morte lì dentro ingiustamente. Mi sento sempre più triste.

Non dimenticherò mai quel posto, non dimenticherò mai tutte quelle targhe in memoria dei genitori, dei mariti, degli amici che hanno perso la vita in quell’orrore e non dimenticherò mai il pianto della ragazza che era in quella stanza con me e con la testa china leggeva i nomi di quelle persone.

La parte più dura è stata la visita all’edificio crematorio, dove venivano bruciati i corpi di coloro che morivano o venivano uccisi. La stanza con i forni è davvero impressionante. La passo abbastanza velocemente. La stanza successiva è la camera a gas. Ancora peggio. Mi ritrovo in un’area con poca luce e con un soffitto bassissimo da cui si aprivano tante bocchette. Subito si affollano tanti pensieri ed esco frettolosamente. Nel piccolo cartello appena fuori c’è scritto che non è mai stata usata per stermini di massa e sinceramente non so se riesco comunque a sentirmi sollevata. Anzi, non mi sento sollevata. E’ una zona che vivo con l’acqua alla gola, con tantissima angoscia.

Dietro questo edificio, c’è un bellissimo giardino immerso tra fitti alberi e dove sono raccolte le ceneri dei defunti. Ci sono grosse tombe, fosse comuni su cui troneggiano, in maniera distinta, i simboli dell’Ebraismo e del Cristianesimo. Qui mi sento più tranquilla e sento, che in un certo senso, le loro anime hanno trovato pace.

Al centro del campo un Monumento Internazionale in memoria di quello che è stato recita:

“Possa l’esempio di coloro che furono sterminati qui tra il 1933 e il 1945 a causa della loro lotta contro il nazionalsocialismo, unire i contemporanei nella loro difesa della pace e della libertà e nel rispetto della dignità umana”

E io aggiungo: per non dimenticare. Mai.

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…che la terra vi sia lieve..

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17 risposte a Il campo di concentramento di Dachau. Per non dimenticare.

  1. silviademick ha detto:

    Stesse sensazioni che ho provato anni fa quando sono stata a Mauthausen. Impossibile concepire che delle persone abbiamo compiuto delle atrocità simili. Senza dubbio la visita in un posto del genere è angosciante, ma credo che possa sempre insegnare tanto.

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    • Sara ha detto:

      Sì, finchè le studi sui libri, ti fanno indignare. Ma quando vai, ci cammini dentro, vedi, leggi, capisci molto e senti tante emozioni, dalla tristezza, alla rabbia, all’angoscia. E’ un’esperienza che segna.

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  2. TravelandMarvel ha detto:

    Ho letto due volte l’articolo.. una ieri sera e una questa mattina. Sono stata anch’io lì e devo dire che ho provato le tue stesse sensazioni. Credo che sia importante continuare a visitare e a parlare di questi posti perchè nessuno possa dimenticare. (Mi è piaciuto molto, in particolare, incipit dell’articolo.. la descrizione che fai, mi ha fatto ripercorrere la visita..)

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    • Sara ha detto:

      Il Giorno della Memoria non dev’essere solo il 27 gennaio, ma dev’essere sempre perchè queste cose non devono più succedere. (Grazie, l’incipit l’ho scritto un po’ di getto. Sono domande che continuo a farmi e a cui penso non ci sia risposta).

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  3. Davide M. ha detto:

    Bellissimo reportage, complimenti!

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  4. ChiaraPaglio ha detto:

    Ho visitato Dachau quando facevo la terza media. Non ho molti ricordi… ricordo una delle baracche ricostruite, tutti quei letti uno sull’altro, e una sala con terribili pannelli illustrativi. Credo che allora non avessi la profondità per sentire. Grazie per avermi riportato là e avermelo fatto vedere attraverso la tua sensibilità.

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    • Sara ha detto:

      Ciao Chiara. Forse a 13 anni si è ancora un po’ “piccoli” per capire a fondo determinate cose, la vita è più facile e si è meno sensibili a determinati argomenti. Poi quando si diventa grandi tutto cambia. Sono sicura che se ti capiterà di tornarci, vivrai la visita in modo diverso. 🙂

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  5. Diletta ha detto:

    Non ho mai visitato Dachau, ma sono stata ad Auschwitz a 17 anni con la scuola, e la sensazione che ho provato in quel posto credo non la dimenticherò mai. Non ho avuto il coraggio di fare foto, e quanto a immagini, ricordo pochissimo. Ma l’ansia, la tristezza, e la pena che ho provato durante quella visita non la scorderò mai…

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    • Sara ha detto:

      Anche io penso che non mi dimenticherò mai quello che ho provato, è stata un’esperienza davvero toccante. Per quanto riguarda le foto, le ho fatte dove mi sono sentita di farle. C’era gente che fotografava anche i forni o in posa davanti ai memoriali religiosi. Sinceramente, nonostante fossero adulte, non so cos’abbiano capito di quel posto.

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  6. I'll be right back ha detto:

    Anche io ho visitato Dachau a 14 anni, in terza media. Non ho naturalmente immagini vivide, però ricordo perfettamente le sensazioni. Io sono una persona (fin troppo) emotiva e sensibile, ed ero così già a 14 anni… Per cui questa esperienza mi ha segnato molto, sotto molti aspetti.
    Hai scritto davvero un bel post, a parte tutto!!

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  7. Ho amato questo tuo articolo perché mi sono ritrovata tantissimo nelle tue emozioni e sensazioni. Non sono mai stata in visita ad un campo di concentramento ma penso che mi sentirei soffocare ed estremamente addolorata. Perché è così che mi sono sentita quando ho studiato questo capitolo nero della nostra storia contemporanea… Ed è così che mi sento ogni volta che vedo foto o leggo articoli sul caso.
    Ci vuole coraggio a visitare questi posti, ma è giusto farlo per prendere coscienza di quel che è stato, in modo che non sia mai più.

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    • Sara ha detto:

      Per me era la prima volta..sapevo sarebbe stata dura ma quando sei lì, tutto si moltiplica. Mi sono resa conto che quello che avevo studiato sui libri non era stato sufficiente a far capire cos’è un campo di concentramento. E’ stara un’esperienza emotivamente difficile, ma dovevo farla.

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  8. Emme ha detto:

    A Dachau sono stata in gita alle superiori, una gita brutta, di cui non ho molti ricordi, ma quello è un ricordo vivido. Ciò che mi preoccupa è che più passa il tempo più il ricordo, ma soprattutto la comprensione delle cause che ci portarono a quegli orrori, sbiadiscono nella testa delle persone e gli estremismi, lo vediamo bene, tornano a galoppare. Stiamo già trattando altre persone come esseri umani di serieB e a volte penso a quando fra 50 anni le generazioni future ci chiederanno “com’è possibile che abbiate lascito che tutto questo avvenisse?”.
    Un abbraccio

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    • Sara ha detto:

      E’ vero, purtroppo negli ultimi anni, le parole e gli atti di odio, di razzismo e di intolleranza tra le persone sono sempre più forti e anche chi il giorno della Memoria pubblica una frase di ricordo su Facebook, il giorno dopo scrive che “se ne devono tornare a casa loro”. Purtroppo è una lotta difficile, ci sono in gioco tante cose oltre alla semplice “umanità”.

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