Un giorno, a Londra, una Moschea

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Fonte della foto: http://www.rgbstock.de

I fatti di Parigi hanno scatenato un sacco di reazioni, di articoli, di opinioni. Ho letto tante cazzate e tante cose sensate. Io non voglio scrivere niente su quanto è successo perché ritengo di non avere le conoscenze necessarie per poter dire qualcosa, non ho scritto niente su Facebook né ho cambiato la mia immagine profilo con la bandiera francese. Per quanto mi riguarda, sono faccende troppo complicate e non saprei dire chi è il cattivo e chi è la vittima. Mea culpa. Non mi sono mai interessata troppo di politica, di storia, di strategie militari e di intese internazionali. Ma c’è una cosa non faccio mai: fare di tutta un’erba un fascio.


Mi piace seguire il mio istinto, da sempre provo curiosità per chi è diverso da me, mi piace conoscere nuove culture, nuovi riti e nuove filosofie ed è per questo che non riesco a condannare automaticamente un’intera etnia, un intero popolo o un intero credo religioso per delle azioni fatte da dei folli.

Io torno sempre con la mente a quel 19 agosto 2014 quando, dopo aver visitato Regent’s Park a Londra, io e Riccardo ci siamo ritrovati davanti alla Moschea. Fuori c’era un’insegna con gli orari di apertura e quasi quasi volevamo entrare. A dire il vero, Riccardo aveva già deciso di voler entrare mentre io ero un po’ più incerta, non tanto perché non mi interessasse (ero super curiosa!) ma perché avevo paura di disturbare e soprattutto perchè sapevo di addentrarmi in un territorio del tutto sconosciuto, di cui non conoscevo regole e usi. Per dire, in Chiesa, seppur io non ci vada mai, so come ci si comporta: ci si toglie il cappello, spalle coperte, cellulare spento o silenzioso, si parla a bassa voce. Ma in una Moschea cosa si fa? Mentre cercavo di cacciar via l’indecisione, ecco che mi arriva un aiuto: proprio in quel momento usciva dal cancello un signore di chiara provenienza mediorientale-araba che, avendo notato  la nostra curiosità mista a “entriamo-non entriamo”, ci si avvicina invitandoci caldamente a visitare la Moschea, indicandomi la segreteria dove ritirare il velo per coprirmi il capo. Beh, a questo punto non potevo più tirarmi indietro e, anzi, prendendo la palla al balzo, abbiamo varcato il cancello. Mi sono diretta verso l’ufficio di accoglienza dove un signore gentile mi ha dato il velo (una specie di grossa sciarpa spessa, color porpora con dei ricami color giallo oro), me lo sono messo in qualche modo visto che per me era la prima volta e, dopo aver attraverso il piccolo cortile, siamo entrati nella Moschea. Nell’atrio abbiamo trovato subito un altro signore che ci ha spiegato che nella sala antistante a noi pregavano gli uomini, mentre le donne avevano una sala dedicata al piano superiore. Ci ha spiegato che le donne pregano separatamente perché, per loro, non sarebbe bello prostrarsi in preghiera e avere dietro un uomo che guarda il loro sedere.
Qualche metro più avanti c’era una spessa tenda che divideva l’ingresso e l’atrio dalla zona di preghiera. Prima di accedere alla sala, ci siamo tolti le scarpe e le abbiamo messe in una scarpiera che c’era lì a fianco e poi, scostandola tenda, siamo entrati. La sala era ampia, alta alta e sovrastata dalla cupola. Per terra c’era la moquette o dei tappeti, non ricordo esattamente, ma direi una moquette azzurra. La cosa che mi ha colpito di più era che non c’era nessun dipinto, né affresco, né mosaico, niente di niente. Le pareti e la cupola erano completamente spoglie e senza nessuna raffigurazione né decorazione. All’interno di questo spazio, c’erano alcuni fedeli che pregavano inginocchiandosi e rialzandosi, altri sdraiati che chiacchieravano a bassa voce, altri ancora che leggevano seduti su alcune sedie sparse qua e là. Il nostro mentore ci ha spiegato a grandi linee alcuni principi del Corano, ci ha detto che i loro ideali sono ideali di pace e fratellanza come quelli delle altre religioni e ha voluto precisare che i terroristi non c’entrano nulla con loro. Lui era (e penso ancora) sposato con una donna londinese convertita all’Islam. Nel frattempo si era avvicinato a noi anche un altro signore che, sorridendo, ci ha dato dei libretti sull’Islam dicendoci “for you”. Noi li abbiamo presi e li abbiamo portati a casa. Erano molto contenti che fossimo lì, forse perché da troppo tempo subiscono i giudizi, i pregiudizi, i sospetti degli occidentali, che li demonizzano, e il fatto che degli stranieri fossero entrati, per loro era un’occasione per farsi conoscere.
Quando siamo usciti, ero contenta di aver scelto di entrare perché sentivo di aver fatto un passo un più verso qualcosa che non conoscevo. Ancora adesso so ben poco sui Musulmani e sull’Islamismo ma mi sento totalmente aperta.

Non è l’Islam che ci deve far paura. E’ dell’ignoranza che dobbiamo preoccuparci perché, associata alla prepotenza e all’arroganza di alcuni, porta alle assurdità che avvengono ormai da troppi anni sul nostro pianeta.

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5 risposte a Un giorno, a Londra, una Moschea

  1. Eli. ha detto:

    Mi piace molto il tuo approccio pacato verso questo mondo. Null’altro da aggiungere.
    Ciao e lieta notte.

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  2. Valentina ha detto:

    Ciao, che bello questo articolo! Sono entrata per la prima volta in una moschea a Istanbul, e ne ho visitate alcune meno turistiche provando le tue stesse sensazioni di non sapere bene cosa fare, in alcune ho avuto il dubbio se entrare proprio dato che sarei stata l’ unica donna turista all’ interno. A queste però sono legate i ricordi più belli! Pochi turisti e si può rimanere su quei tappeti tutto il tempo che si vuole. Alcune poi sono davvero stupende!

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    • Sara ha detto:

      Tu eri proprio nel paese giusto! Meno male che è passato quel signore gentile che ci ha inviato ad entrare, altrimenti avrei perso l’occasione per la mia timidezza. Noi eravamo gli unici 2 turisti all’interno..è stato proprio bello perchè ho percepito proprio l’incontro di 2 culture. Grazie per essere passata 🙂

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  3. Elisadg ha detto:

    Mai entrata in una moschea, le ho viste solo in foto in veritá. Se mi fossi trovata al tuo posto, non saprei cosa avrei fatto per il tuo stesso motivo: la paura di disturbare. A quanto leggo la tua esperienza é stata positiva e ti ha arricchito culturalmente. Quindi bene! 🙂

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