Coal Mine Canyon, Horseshoe Bend e Antelope Canyon: la forza della natura che si sprigiona

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Che Coal Mine Canyon non se lo filassero in molti era un dato di fatto, visto che non c’erano altre automobili, oltre alla nostra, ad avventurarsi per quella strada sterrata che tagliava prati sconfinati dove stavano pascolando un consistente numero di mucche. Non c’erano macchine nemmeno a bordo strada come invece ci era capitato di vedere in altri punti più “turistici”. Noi avevamo letto che valeva la pena una visita se si fosse passati da Tuba City, e siccome abbiamo dormito proprio lì, perchè non farci una capatina? Abbiamo fatto un po’ fatica a trovarlo perchè non segnalato ma avevamo come punto di riferimento un mulino metallico.
Avvistato il mulino, abbiamo imboccato la stradina non asfaltata e, dopo aver affrontato le mucche che ci osservavano con sguardi che erano un misto tra curiosità e sfida mentre attraversavano con molta calma, ruminando fili d’erba, siamo riusciti a raggiungere il canyon. Bello, bellissimo, deserto, si apriva davanti a noi con dei colori molto variabili, dal grigio al rosa, dal rosso al bianco, punteggiato dal verde della vegetazione. DSC01553

E’ sempre sorprendente scoprire come un paesaggio apparentemente normale, quale un prato piuttosto esteso, racchiuda invece un’opera naturale così bella. Dalla strada principale non si vede nulla, se non si conosce la sua esistenza.
Dopo aver passato un po’ di tempo lì a scattare foto, a godere del sole e delle mucche (ogni tanto gli buttavo un occhio mica che, infastidite, ci avrebbero caricato), siamo passati alla meta successiva: Horseshoe Bend.
Mi sono innamorata di questo posto, credo sia il mio preferito tra tutti, per la sua particolarità e per la sua maestosità. Mi è rimasto dentro come un pugno nello stomaco. Avevo visto la foto sulla mia guida del National Geographic, era una foto piuttosto piccola, che mostrava questa ansa del Colorado che girava tra le rocce giallastre, e il colore dell’acqua mi sembrava alquanto inverosimile: blu scuro che diventava verdone vicino alle sponde. Impossibile, i tratti del Colorado al Grand Canyon erano marroni, acqua completamente marrone. Ho pensato che Photoshop è un grande strumento e che le guide, a volte, ne abusano. Arrivati sul posto, parcheggiamo e ci avviamo verso una salita di sabbia, dove c’era un viavai di gente. Non avevo idea nè di quanto fosse lungo il tragitto, nè come fosse fatto, niente. Superata la prima salita di sabbia, vedo che il percorso non è proprio corto e finisce con delle rocce dove c’è una schiera di persone che guarda il panorama. Prima di imboccare il sentiero sabbioso in discesa, c’è un ranger che ci chiede se è tutto ok e ci raccomanda di avere almeno mezzo litro di acqua a testa. Ok, noi non ce l’avevamo mezzo litro, era tutta in macchina l’acqua. Ne avevamo un po’ in una bottiglietta e poteva bastarci. Intraprendiamo il sentiero, faceva un caldo assurdo, sentivo il sole battermi sulle spalle e ripensavo già alla salita del ritorno. Mi sono scordata ben presto di tutto, quando sono arrivata alla fine. Davvero, penso che se una persona non è stata a Horseshoe Bend non può capire di cosa sto parlando e posso infilare un aggettivo dietro l’altro e elogiare tutta la sua bellezza con mille parole, che non basterebbe comunque per descrivere quello spettacolo.DSC01571

E’ una cosa che ti travolge, che ti lascia senza pensieri. E’ talmente grandioso, in tutti i suoi colori, nella sua imponenza, nella sua semplicità che non puoi far altro che stare lì, guardare e tacere. Mi sono sentita una formichina, mi sono sentita il niente. Mi sono passate per la testa le domande marzulliane “ma io chi sono? da dove vengo? dove vado?” e, come tutte le volte, non sono riuscita a darmi una risposta. La natura vince, come sempre. E le acque erano davvero blu scuro con il verdone, non c’era nessun ritocco in quella foto. Il vento era piuttosto forte e mi piaceva stare lì in piedi, sul bordo del precipizio, volevo stare il più possibile vicino alla fine della roccia per assaporare appieno quella sensazione di libertà. Sì, perchè mi sentivo veramente libera e sentivo che il mio petto si espandeva così tanto da poter contenere tutto il mondo. Ero felice e non desideravo nient’altro.

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Riccardo a Horseshoe Bend

Il vuoto sotto di me non mi creava paura nè preoccupazione, anzi! Riccardo mi diceva di non avanzare troppo ma io mi sentivo sicura e, potendo, mi sarei anche seduta con le gambe a penzoloni, sarei voluta diventare parte integrante di quello scenario. Dopo un po’ però siamo dovuti tornare indietro e la risalita è stata una bella faticaccia, ho capito perchè era necessario mezzo litro di acqua.

La tappa successiva era l’Antelope Canyon, che fa parte di una riserva degli indiani Navajo, e avevamo una visita guidata alle 15. Siamo arrivati molto in anticipo e, da bravi italiani, “ci abbiamo provato”, ma i tour prima del nostro erano già pieni e quindi ci siamo rassegnati a dover aspettare le 15. Nel frattempo un certo languore cominciava a farsi spazio nei nostri stomaci e quindi, di comune accordo, abbiamo deciso di andare a Page, cittadina poco distante, per mangiare qualcosa. Sulla strada, abbiamo incontrato un quartiere di sole chiese, ce n’erano almeno una decina, una in fila all’altra e ognuna faceva capo ad un credo cristiano diverso (non me ne ricordo nemmeno uno, da brava “non religiosa” quale sono). Le cittadine americane sono molto diverse dalla nostra concezione di urbanistica. Non ci sono centri storici come i nostri, le case sono molto distanziate tra loro e tutte in fila, ben ordinate lungo una linea immaginaria. Le strade che le attraversano sono dritte e perpendicolari. C’è la zona commerciale, con il supermercato, il benzinaio, i fast food e i locali per mangiare. Gli edifici sono curati, ben tinteggiati e mai trascurati o fatiscenti.
Abbiamo mangiato un panino da Subway e poi siamo tornati al ritrovo nel parcheggio dell’Antelope. Ovviamente italiani a palate anche qui e un sacco di francesi (anche questi ovunque al pari degli italiani). Alle 15 spaccate ci chiamano e a gruppi  di 10 ci fanno salire su diversi camionDSC01596cini, guidati da delle donne indiane, piuttosto tarchiatelle, bassine ma belle piazzate e guidavano a tutta velocità, percorrendo la strada sabbiosa che collegava il loro punto di ritrovo con l’ingresso del canyon. La visita all’Antelope Canyon è solo guidata perchè, in passato, è successo che alcuni turisti  al suo interno sono morti in seguito ad una piena violenta di acqua durante le piogge. Il tour costa 40$ a testa.
Arrivati vicino all’entrata, ci hanno fatto scendere e ci hanno caldamente chiesto di stare tutti uniti in gruppo e di seguire la propria guida come fosse un’ombra. Il canyon è molto trafficato di turisti e, nella parte centrale, è molto stretto, per questo non ci si può fare i fatti propri e andare a zonzo come si vuole. L’orario non era quello ideale, in termini di luce, per scattare delle foto appassionanti e suggestive, ma devo dire che qualcuna me ne è uscita bene.
Le pareti sono sostanzialmente formate da sabbia pressata fino a diventare roccia, che però con l’azione dell’acqua e del vento, si modella sinuosamente, formando delle onde striate…sopra c’è una fessura che corre lungo tutto il canyon e da lì entrano fasci di luce che rendono tutto molto affascinante. Man mano che ci si addentra, dDSC01597iventa sempre più buio e più stretto per poi riallargarsi nuovamente all’uscita (che poi abbiamo scoperto essere l’entrata per le piene di acqua). Peccato ci fosse davvero tanto casino, gente che faceva foto, gente che andava nella direzione opposta alla nostra e, alle volte, era difficile sentire quello che raccontava la guida. Quando sei lì e ti parlano delle acque che ci entrano, non è che ci fai poi molto caso, tutta l’attenzione era per quelle curve così ipnotiche e accarezzavo con le dita le pareti ruvide; la polvere rossa rimaneva sulla dita e intuivo la fragilità del materiale. Ma, pochi giorni fa, mi è capitato di vedere un video con un fiume di fango in piena che attraversa il canyon e lo inonda completamente fino a coprirlo
del tutto e fa veramente paura. Penso a quei poveretti che erano lì dentro quando è successo e ci han lasciato le penne.
Terminata la visita, siamo tornati alla macchina e siamo ripartiti alla volta di Mexican Hat, un paesino di 31 anime.
Mentre eravamo in viaggio, fantasticavamo già su quel posto, pensando di farci un selfie di gruppo. Sarebbe stato divertente, no?

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6 risposte a Coal Mine Canyon, Horseshoe Bend e Antelope Canyon: la forza della natura che si sprigiona

  1. Eli. ha detto:

    Che meraviglia queste immagini!

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  2. Eli. ha detto:

    Il subway anche lì mi ha fatto un po’ trasalire..ma questa è un altra storia.
    Ripeto è tutto straordariamente bello!
    Un sorriso.

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